“Avevo fame e mi avete dato da mangiare…”
“Avevo sete e mi avete dato da bere….”
“Ero nudo e mi avete vestito…”
“Ero forestiero e mi avete ospitato…”.

Ci sembra doveroso offrire un resoconto, seppur breve, delle due iniziative annunciate nel precedente bollettino parrocchiale perché ci hanno riempito di gioia ed entusiasmo che ci par giusto comunicare.
Sabato 25 era programmata la cena multietnica di inaugurazione del corso di italiano per stranieri. Già di prima mattina, la cucina del nostro Centro di Ascolto si era trasformata in un crocevia etnico di famiglie che si preparavano a vivere la cena della serata con l’allegria che si riserva ad una festa tra vecchi amici.
Il primo posto ai fornelli se l’erano assicurato le famiglie di rumeni: la preparazione del loro piatto tipico, il “sarmale”, richiedevano tempi di preparazione decisamente prolungati per la fattura elaborata anche se i componenti di base sono carne di vitello, riso e verza, per le rilevanti quantità previste e la disponibilità di una cucina di dimensioni non professionali; carne e riso, appena “scottati”, sono stati avvolti nelle foglie di verza per ricavarne degli involtini sottoposti poi ad una lenta, prolungata cottura; era già il primo pomeriggio quando i rumeni cedevano il posto alle famiglie di marocchini e tunisini.
I nativi di Tunisia e Marocco si producevano rispettivamente in cous cous di pollo, più speziato, e cous cous di vitello, dai sapori meno accesi; anche per questi piatti le fasi preparatorie assumevano le caratteristiche di un rito: il cous cous, rimestato lungamente a mano, veniva ammorbidito con olio di oliva somministrato a piccoli gocci, lasciato “riposare”, prima di passare ad una lentissima cottura a vapore nelle apposite couscoussiere; ma nelle due couscoussiere, guarnite dell’intera varietà di verdure che l’orto produce di questa stagione, erano stati precedentemente collocati rispettivamente pollo, vitello e la giusta misura di aromi e spezie; il vapore prodotto dalla cottura di carni e verdure, filtrando attraverso il cous cous ne trasmette gli aromi impregnandolo di gusto.
Alla preparazione del pane erano candidati Marocco e India rispettivamente con 5 grandi forme di pane profumatissimo e 50 piccoli dischi di “chappati” preparati poco prima della cena; la famiglia indiana ha proposto inoltre alcune polpettine fritte, le “tikka”, speziatissime, da assaporare come antipasto; negli antipasti, formaggi, frittate, spiedini, si erano messe di impegno anche alcune famiglie di italiani.
Il cuoco di casa, che ha diretto magistralmente l’orchestra multietnica in cucina, si è poi finalmente accostato ai fornelli esibendosi nella preparazione di un piatto italiano, il risotto al parmigiano e radicchio, che i primi apprezzamenti in cucina avevano dichiarato come sublime. Cena rigorosamente multietnica anche nel dolce: ai prodotti di alta pasticceria di casa (torte e pasticcini) si sono unite leccornie tunisine, marocchine (torte e biscotti), indiane (dolci al cucchiaio) filippine (dolci semifreddi).
Alle 19,30, nella sala da pranzo, un lungo applauso ha seguito la presentazione delle 5 insegnanti che gratuitamente si sono rese disponibili per il corso di italiano che si svilupperà nell’intero anno scolastico.
Preceduta da una preghiera di ringraziamento a Dio per il cibo ricevuto, la festa iniziata in cucina si trasferiva, in un piccolo corteo di portate, a tavola, trasformandola in un caleidoscopio di colori e in un tripudio di sapori ai quali qualche nostro connazionale si è accostato con iniziale timidezza; così come dapprima timidamente ciascuno ha preso contatto col vicino di tavolo, marocchino, tunisino, indiano o rumeno, fino ad allora sconosciuto: condividere la stessa mensa, mangiare ciò che qualcuno ha preparato per noi, avvicina, consente di superare la diffidenza reciproca e agevola il reciproco rapporto e l’integrazione.
Tutti al termine erano felici di aver scoperto nuove abitudini alimentari, ma soprattutto di aver costruito nuovi legami, sicuri che questa costituisca la via maestra per una pacifica convivenza, che non ha paura delle differenze.


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